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Concerto 11 novembre 2021 – Note di sala

GIUSEPPE MARTUCCI (1856-1909)
Notturno per orchestra op. 70 n. 1

ROBERT SCHUMANN (1810-1856)
Concerto per violoncello e orchestra in la minore op. 129

* * *
LUDWIG VAN BEETHOVEN (1770-1827)
Sinfonia n. 4 in si bemolle maggiore op. 60

Note di Sala
di Massimo Loiacono*

Il Notturno di   Martucci che ora ascoltiamo, è il primo dell’op. 70, pagina celeberrima. Forse la più nota del compositore di Capua. A salvarla dall’oblio, che tenace avvolge il resto del pure corposo e pregevole catalogo del maestro, certo hanno concorso tanti insigni direttori d’orchestra a partire da Arturo Toscanini fino ad arrivare a Riccardo Muti, ma sostanzialmente la limpida scrittura del lavoro delicato e sognante. A lungo ai notturni di Martucci sono state affiancate una “Novelletta” ed una “Giga”, raffinate miniature sinfoniche di successo, con intuizioni neoclassiche pure in pieno Decadentismo. L’orchestra “Scarlatti” della Rai ha proposto più volte questa suite. È ben evidente che, se vaghissima memoria della musica di Brahms trasfigurata si può cogliere in questa musica, l’ispirazione di Martucci nelle maggiori composizioni sinfoniche, proposte anche al San Carlo in anni vicini a noi, perfino con Riccardo Muti e la Filarmonica di Berlino, è molto più complessa e brahmsiana per altri versi. Il dottissimo compositore qui si vede meno. Martucci fu pianista e direttore d’orchestra insigne, artefice a Bologna e Napoli di memorabili esecuzioni di opere di Wagner, lui che rimase sempre estraneo all’opera italiana. Direttore del Conservatorio a Bologna e poi a Napoli ha fatto di tutto per aprire queste realtà culturali alla grande esperienza europea d’Oltralpe del suo tempo.  Nato nel 1856 e morto nel 1909, Martucci non ha avuto il tempo necessario per portare avanti il suo impegno.

Il concerto per violoncello e orchestra op. 129 di Robert Schumann del 1850, edito nel 1854, eseguito dapprima in privato, poi in pubblico ufficialmente addirittura nel 1860, è, unitamente al suo concerto per pianoforte e orchestra op. 54, del 1845, il più noto ed eseguito lavoro del musicista per strumento solista ed orchestra. Altre pur pregevoli composizioni, ad esempio il concerto per violino, vengono rubricate tra le sue realizzazioni minori. Tuttavia in anni recenti a tutte queste musiche arride limitata fortuna: erano in passato inserite nei cartelloni delle stagioni concertistiche con ben maggiore frequenza. Anche nelle programmazioni dalle nostre parti è così: per esempio, al San Carlo la più importante, e memorabile, esecuzione del concerto che ora ascoltiamo risale addirittura al Novembre 1966, direttore Eliau Imbal, solista Jaqueline du Pré, poi prematuramente scomparsa, ed entrata nel mito. Ma forse tutta la musica di Schumann oggi è meno frequentata, e la recente proposta al San Carlo di una sua sinfonia, ed a Ravenna addirittura delle “Scene dal Faust” è un avvenimento rilevante. Sebbene avvincenti e travolgenti, di immediata comunicazione, i due concerti di Schumann ebbero sofferta elaborazione: il che stupisce gli ascoltatori per la loro cordialità. In particolare il concerto per violoncello poneva al compositore difficoltà ed esitazioni perché egli aveva dominio limitato della tecnica dello strumento. E si fece aiutare con esiti contrastati. Ma c’era pure altra difficoltà propria di Schumann, la scrittura per orchestra, attestata dal lento suo lavorio alla forma della sinfonia: le quattro sinfonie di Schumann hanno storia assai complessa, appunto. Ma in questi concerti alla fin fine di questa tensione costruttiva non c’è traccia. Schumann è generoso di felici invenzioni melodiche, canore, di brillante virtuosismo espressivo trascendente e non trascendentale. Orchestra e solista hanno un procedere quasi concertante e dialogante più che oppositivo, di beethoveniana memoria. Il concerto è quasi una fantasia, rapsodia romantica che procede con felice discontinuità mirando al sublime, all’infinito, tra momenti estroversi e magari enfatici ed altri intimi. I tempi sono tre in maniera canonica, ma con indicazioni in tedesco secondo la moda dell’epoca, del nazionalismo culturale sempre più dominante. I movimenti estremi, “Non troppo allegro” e “Molto vivace” presentano l’orchestra in ruolo autorevole, invece nel lento centrale e sognante, “Adagio” è il solista a prevalere. Ed è qui il cuore romantico del lavoro. Questo è l’unico concerto romantico famoso per violoncello ed orchestra, gli altri successivi, di Saint-Saëns, Dvořák etc. appartengono ad altro mondo poetico. 

La Sinfonia n. 4 op. 60 di Beethoven, composta complessivamente nel 1806 ed eseguita con pronto successo più di una volta, fa parte di quel gruppo di sue splendide musiche festeggiate con immediati consensi, poi accantonate un poco durante il secolo XIX, travolto in crescendo dalla predilezione per partiture con slancio eroico e titanico. Singolarmente, sia i lavori più immediati sia quelli più difficili di Beethoven hanno conquistato i posteri solo lentamente. Il pubblico napoletano è stato fortunato perché l’orchestra “Scarlatti” della Rai con il suo particolare organico per decenni ci ha fatto familiarizzare con le prime due sinfonie di Beethoven, con la quarta appunto e l’ottava, affiancate a sinfonie di Mozart ed Haydn di modo che affinità e novità si evidenziavano molto bene. La luminosa Sinfonia n. 4, scritta in una pausa singolare della stesura della sinfonia n. 5, nel volgere di tempo in cui Beethoven ha composto anche il mirabile concerto per pianoforte op. 58 e quello per violino etc.., musica fluida e festosa dall’inizio alla fine, presenta infatti rimeditate specificità del passato recente ed intuizioni, per esempio timbriche e strumentali, che si ritroveranno realizzate in partiture successive. Il movimento iniziale si apre con una nobile e meditativa introduzione lenta, quasi trasfigurazione lirica di introduzioni paludate di altre sinfonie, ed evidentemente contiene lo slancio vitale che trascina l’intero movimento a seguire. Il tripudio dinamico si intreccia con quello timbrico ed in questi l’autore inserisce i temi che dialogano e si inseguono in questo pezzo singolarmente vitalistico.  Il contrasto con il sublime movimento successivo è marcato assai. Ma bisogna fare attenzione alla pulsione ritmica che sostiene implacabile il canto degli archi che si innalza a vertici di celestiale, rasserenante bellezza. Beethoven è artista di sentimento senza compiacimenti. Nel terzo tempo torna la danza cara ai maestri Mozart ed Haydn, che era allora ancora vivo. Le sezioni minuetto e trio si succedono ripetute, l’ultima volta con spiritosa abbreviazione. Nella fantasiosa e lieve cornice danzante ma di nobilissima fattura, Beethoven inserisce spunti di evocazione boschereccia (Carli Ballola) quasi, ma solo quasi, realistici. Il movimento conclusivo che ricapitola l’intera sinfonia nel segno di Dioniso, ma abbigliato in panni neoclassici, è scritto sollecitando l’orchestra ad inedito virtuosismo, facendone proprio la protagonista dello spettacolo, trasfigurando le idee in puro gioco.

* Questo testo non può  essere riprodotto, con qualsiasi mezzo analogico o digitale, in modo diretto o indiretto, temporaneamente o permanentemente, in tutto o in parte, senza l’autorizzazione scritta dell’autore o della Associazione Alessandro Scarlatti.

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