Ai confini del sacro

Ai confini del sacro
Performing reportage

MONIKA BULAJ story telling, fotografie
LUCA RECUPERO marranzano, percussioni, live electronics
BARBARA CRESCIMANNO voce e tamburi a cornice
KARIM ALISHAI voce, setar e daf

 

Un viaggio dalla Cina all’Europa, Marco Polo a rebours, compagni di viaggio tre manoscritti antichi: uno nestoriano, uno buddista e uno sufi. In cammino, con pellegrini, nomadi e gente in fuga: pellegrini che nei loro percorsi annullano le frontiere geopolitiche e teologiche; nomadi-pastori i cui sentieri millenari transfrontalieri vengono minati dalle guerre, oppure chiusi da decreti di stato; minoranze minacciate dalla follia degli estremismi. Mondi minoritari, scomodi ai profeti dello scontro globale. Le minoranze perseguitate in Afghanistan, Iran e Pakistan, i cristiani d’Oriente, i maestri sufi, gli sciamani dell’antica Baktria, gli ultimi pagani dell’Hindukush e della Russia, i nomadi tibetani, le sette gnostiche dei monti Zagros…Le ultime oasi d’incontro, zone franche assediate da fanatismi armati, patrie perdute dei fuggiaschi d’oggi. Cerco il bello, anche nei luoghi più bui, la solidarietà, la coabitazione tra le fedi, laddove si mettono bombe. Cerco le crepe della teoria del cosiddetto scontro di civiltà , nella quale gli dei sembrano in guerra tra di loro, evocati da presidenti, terroristi e banditi. Mi piace pensare di fare un compito di geografia. Immagino un atlante delle minoranze a rischio nei loro luoghi sacri, che disorienti e confonda le mappe mentali basate su dogmi ed esclusioni. Sono geografie sommerse, clandestine, stratificazioni di memorie, copresenze, corrispondenze, che – in un mondo sempre più ristretto come un maglione infeltrito – spezzano la violenza dispiegata, per imporre, pattugliare e rafforzare le cartografie. Sembra un lavoro impossibile, mai sarà completo. Anno dopo anno aggiungo un pezzo, una scheggia, una scintilla. Riempio l’agenda del sacro con calendari lunari e solari, ma anche con quello ebraico, musulmano, tibetano ed etiope. Ore elette, solstizi, equinozi, cicli di vita, dalla semina alla transumanza. Talvolta i diversi calendari si sovrappongono, svelando la continuità che abbiamo dimenticato, che fatichiamo a riconoscere. L’idea di percorrere le vie dei manoscritti, mi venne un giorno a Kabul, in una biblioteca segreta di oltre milleduecento volumi e rottoli, in arabo, persiano, pashto, turco. Scritti a mano su carta o pergamena, che faceva paura toccare, diafana con il ricamo senile delle arterie e le efelidi. Vidi impronte di dita, cadaveri di insetti presi nella trappola delle parole, macchie di pioggia, di lacrime, di umidità sulle pagine ingiallite, nella cui delicata usura sono iscritti i destini dei lettori, i loro sussurri dietro gli alti muri delle case-fortezze e il sibilo delle città in fiamme. La carta, nascosta nel petto, in un baule e su un cammello, assorbiva la polvere dell’Asia, il sudore degli umani e degli animali, passando di mano in mano, da Samarcanda a Peshawar, scambiata con lapislazzuli dell’Hindu Kush e ambra del Baltico, mogli e cavalli. In questa biblioteca, una stanza da letto nascosta ai talebani, incontrai tutti i poeti: Ferdussi, Bedil, Jāmī, Rumi, Sana’i, Avicenna, Hafiz, infine, Mansur al-Hallaj… una folla loquace, un’eccellente compagnia. La salvezza era la poesia, la metafora la guardia del corpo.

 

Monika Bulaj è fotografa, reporter, regista, narratrice. The Guardian, Granta Magazine, National Geographic, The New York Times, TIME, Courier International, RevueXXI, La Repubblica, Corriere della Sera e GEO, e molti altri hanno pubblicato le sue fotografie e i suoi testi. È autrice pluripremiata di dodici libri di reportage letterario e fotografico, con Electa, Contrasto, National Geographic, Alinari, Skira, Frassinelli, Feltrinelli, Bruno Mondadori, e di un centinaio di mostre personali in tutto il mondo. Ha ricevuto nel 2014 il Premio Nazionale Nonviolenza con le seguenti motivazioni: «Per la sua attività di fotografa, reporter e documentarista, capace di mettere in luce l’umanità esistente nei confini più nascosti eppure evidenti della terra, di far vedere la guerra attraverso le sue conseguenze, di indagare l’animo dell’Uomo, la sua ansia di religiosità, di tenerezza e di dignità. Monika Bulaj rende visibile l’invisibile, attraverso l’esplorazione dell’animo delle persone, creando con l’immagine, l’unità dell’umano».

 

Musicista, ricercatore e tecnico del suono, Luca Recupero, è l’ideatore ed il direttore artistico del Marranzano World Festival. Ha compiuto studi di etnomusicologia ed organologia nelle Università di Bologna, Roma, Amsterdam e Londra. Dal 1996 si dedica alla ricerca sugli strumenti della tradizione Siciliana ed in particolare sul marranzano e sui tamburi a cornice, indagando gli aspetti storici ed etnomusicologici ma coltivando anche gli aspetti performativi. Amante delle musiche di tradizione orale, coniuga lo studio ed il rispetto per gli strumenti e le modalità tradizionali del fare musica con la ricerca di una dimensione interculturale e contemporanea della didattica e della ricerca musicale.

 

Barbara Crescimanno è una ricercatrice indipendente. Fondatrice e coordinatrice del gruppo di ricerca antropologica ed etnocoreutica TrizziRiDonna, all’interno del quale opera come docente, regista e performer.
Fondatrice e coordinatrice didattica della Scuola di Musica e Danze tradizionali di Arci Tavola Tonda per la quale conduce i Corsi di Danze tradizionali; ha coordinato il percorso formativo del Progetto Artigiani Culturali (2016/18); ha condotto i laboratori di musica e danza per rifugiati all’interno del Progetto Come.In – Approcci interattivi e Creativi per la scoperta di altre culture (2017/18); coordina il progetto Chorós, Danze, Voci e Ritmi del sud Italia. Collabora con l’etnomusicologo Sergio Bonanzinga (UniPa) per ‘Storie di tarantismo in Sicilia: dai testi alla scena. Una lezione-concerto sulle pratiche siciliane del fenomeno meloterapico’ (2018), e per ‘L’osso che canta’ (2019).

 

Nato a Teheran nel 1965, Karim Alishahi inizia da giovane lo studio del Radif, la musica classica persiana, con maestri prestigiosi come Zeidollah Tolui, Hossein Alizadeh, Hushang Zarif. Dal 1990 inizia a sua volta a insegnare e partecipa a numerosi concerti e festival in Iran. Accompagna il canto delle sonati, le tradizionali melodie tramandate ancora oggi oralmente da maestro ad allievo, con gli strumenti a corde da lui stesso costruiti: il tar e il setar – entrambi appartenenti alla famiglia organologia dei liuti a manico lungo le cui corde vengono pizzicate rispettivamente da un plettro e dalle unghie del musicista – il cui suono delicato, unito all’utilizzo delle scale modali, esprime al meglio la spiritualità profonda del repertorio della musica persiana le cui origini risalgono all’epoca pre-islamica.

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